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    Bacheca Affittasi o Vendesi

    L'associazione, per chi vuole affittare o vendere la propria casa o appartamento, mette a disposizione una bacheca all'interno dell'Ufficio IAT dove poter lasciare l'annuncio da Voi scritto. Sarà presto attiva anche una bacheca on-line.

    Chi è interessato può parlare con Cristina, Michela o Samantha.

    Storia

    Acquacanina

    In lavorazione

    Bolognola

    Le origini di Bolognola pongono immediatamente una serie di problemi, smentite e rettifiche che, sebbene già affrontate egregiamente da Domenico Francesconi nel suo libro del 1982, sono ancora talmente radicate nell’immaginario collettivo da necessitare ulteriori indagini e prove. Una leggenda popolare di tradizione orale, tuttora molto diffusa e citata nella zona,  attribuisce la fondazione delle tre “ville”   (frazioni) che compongono l’abitato del paese a tre esponenti dell’aristocrazia    bolognese del tardo Medioevo: un Pepoli, un Bentivoglio ed un Malvezzi; costoro, cacciati dal capoluogo emiliano a causa delle loro simpatie ghibelline insieme ad altri 15.000 fuorusciti, dopo lungo peregrinare sarebbero giunti nel Camerte ed avrebbero ottenuto, oltre alla protezione dei Da Varano, anche la concessione di questo lembo della vallata. Qui avrebbero fondato, uno per ciascuno, i primi tre nuclei abitativi da cui avrebbe poi avuto origine il paese di Bolognola, così  chiamato per omaggiare la loro patria. “Bolognola” infatti, sulle prime, potrebbe essere inteso come diminutivo di “Bologna”.
    Lo stesso storico camerinese Camillo Lilii accenna a questa leggenda nella sua Istoria.
    La realtà storica è invero ben diversa.
    È ormai assodato che un originario nucleo abitato esistesse nell'area dove attualmente sorge Bolognola già abbondantemente prima del 1200.Il toponimo non avrebbe nulla a che fare con il capoluogo emiliano, bensì potrebbe derivare da "Bononia" (terra di cose buone), poi trasformatosi con il tempo in "Bononiola". Altra possibile e più suggestiva interpretazione, è quella secondo la quale all'origine del toponimo ci sarebbe il culto della dea Bona, anticamente diffuso nei monti Sibillini. Il borgo divenne in seguito libero comune, subendo sempre molto l'influenza dei Da Varano, signori di Camerino, che eressero anche un castello - di cui oggi restano solo poche rovine - nella Villa di mezzo (conosciuto, sulla scorta della leggenda, come Castello Pepoli). La popolazione cominciò drasticamente a diminuire nella prima metà del XX secolo, a causa soprattutto delle due grandi valanghe staccatesi dal sovrastante Monte Sassotetto, che, negli inverni del 1930 e del 1934, fecero 19 vittime ciascuna, radendo al suolo buona parte degli edifici più antichi. Bolognola sorge nei pressi del letto del fiume Fiastrone, del quale ospita le sorgenti. La cima più alta nel suo territorio è il Monte Rotondo, sotto la vetta del quale si apre l'inaccessibile forra dell'Acquasanta, con l'omonima e splendida cascata naturale. L’attuale centro abitato è ancora costituito nei tre nuclei nomitati dalla leggenda: Villa da Capo (Villa Malvezzi) a sud, Villa di Mezzo (Villa Pepoli) e Villa da Piedi (Villa Bentivoglio) a nord.
     

    Fiastra

    Fiastra, splendido comune dell’alto maceratese (732 m s.l.m.), è un centro montano di piccole dimensioni (613 abitanti), il cui territorio, quasi interamente compreso nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, è ricco di elementi storici, artistici e naturalistici. E’ un comune di frazioni, disperse tra le colline che seprano la Valle del Fiastrone da quella del Chienti, ognuna con il ricordo di un castello, con una chiesa e case antiche.
    Il lago di Fiastra, di origine artificiale, realizzato negli anni ‘50 per la produzione di energia idroelettrica, ha aggiunto ad una zona già ricca di bellezze naturali ed artistiche un notevole interesse turistico; grazie alla sua meravigliosa posizione, tra monti e boschi, attira ogni anno molti turisti che affollano nei mesi estivi le sue sponde. L’occhio del visitatore si appaga così di un paesaggio multiforme che, dalle spoglie vette, conduce lungo i pendii boscosi, nelle strette e selvagge valli, fino alle colline, coltivate e cosparse di piccoli villaggi, che circondano lo specchio d’acqua del lago.
    La storia di questi luoghi, ha origini molto lontane.
    Il nome Fiastra, secondo alcuni studiosi, deriva dal altino vallis (mediato dal tedesco flasch) mentre altri sostengono che derivi da un termine piceno usato per fiume. I primi insediamenti, testimoniati da ritrovamenti di anfore fittili e di manufatti in bronzo, risalgono al periodo neolitico (2000 a. C.). Altri ritrovamenti confermano che, oltre ad essere un punto di passaggio lungo la via che unisce la capitale alla colonia romana di Urbis Salvia, la zona fu popolata anche nel periodo ellenistico e in quello romano. Nell’alto medioevo la zona è dominata dai feudi della nobile famiglia dei Magalotti, signori di Fiastra, Poggio, Macereto e Appennino, che risiedeva nell’antico Castrum di Fiastra (XI secolo). Il castello si estendeva per 21.000 metri quadri e comprendeva oltre alla chiesa di San Paolo e il centro amministrativo, anche molte abitazioni private. Ai Magalotti succedettero, nel 1259, i da Varano, Signori di Camerino, la cui dominazione, che diede vita ad uno dei momenti pià alti del Rinascimento marchigiano, resta testimoniata in uno stemma di Giulio Cesare da Varano, nell’acquasantiera dell’antica chiesa di San Lorenzo.
    Nel 1545 l’intero territorio entra a far parte dello Stato Pontificio e la vita del comune continua senza molti cambiamenti nei secoli successivi. La più fiorente attività della vallata del Fiastrone, praticata dal medioevo fino agli inizi del novecento, era quella della lavorazione della lana, canapa e lino, con cui si realizzavano manifatture che hanno ricevuto onorificenze nazionali ed estere. La seconda metà del XX secolo fu tempo di grandi mutamenti: la costruzione della diga, la scomparsa degli antichi paesi di Fiume e Borgo, sommersi dalle acque e la costruzione del nuovo centro abitato di San Lorenzo al Lago. La realizzazione del lago ha dato un nuovo volto alla vallata aprendo l’orizzonte su nuove prospettive di vita.

    Arte

    Palazzo Primavera a Villa da Piedi, è uno dei più antichi edifici non religiosi del borgo, risalente al XVI secolo, pur contando alcuni visibili rimaneggiamenti successivi.

    Di notevoli dimensioni, il palazzo mostra una facciata rettilinea con tre portali al piano terra, il centrale più ampio, che consentivano l’accesso alla zona “industriale”, ovvero quella destinata all’attività della famiglia Primavera, la lavorazione e tintura delle lane. 

    L’arte della lavorazione della lana, strettamente legata all’economia pastorale, dovette avere   origini piuttosto antiche a Bolognola: l’attività della famiglia Primavera ne costituì il più  importante esempio a livello proto-industriale; si trattò però, beninteso, di una piccola industria, ancorché apprezzata e pregiata (si possiedono memorie di stoffe di lana scarlatta esportate in Inghilterra con relative bolle d’accompagnamento).

    I motivi di maggiore interesse decorativo sono concentrati nel terzo livello, il piano nobile, dove troviamo affreschi a trompe-l’oeil e grottesche. Al di sopra del piano nobile si trovano altri ambienti, il più interessante dei quali è una stanza tagliata a metà da un’enorme trave posta a mezza altezza, probabilmente con funzione di stenditoio.

    Il Palazzo Maurizi, sede comunale, similmente a quello dei Primavera, ha uno sviluppo su tre livelli con alcuni solai al di sopra del piano nobile: l’inferiore, ossia la zona industriale, possedeva un livello seminterrato per lo stoccaggio dei materiali.  L’apparato decorativo, decisamente più articolato di quello del palazzo di Villa da Piedi, fu realizzato nel 1824 dal pittore camerte Luigi Spazza. Stilisticamente l’autore sembra essersi ispirato, in particolare, alla pittura pompeiana del II e IV stile, a suggestioni provenienti dalle decorazioni romane a bassorilievo nei trompe-l’oeil monocromi ed al Mausoleo di Augusto per le ghirlande e i festoni, mentre per le  grottesche il richiamo evidente è la neroniana Domus Aurea, archetipo comune a tutte le raffigurazioni di questo tipo ad essa successive.

    Le stanze del lato posteriore del palazzo sono convenzionalmente individuate, in base alle loro rispettive decorazioni, con i nomi di Sala delle Sfingi (quella che funge da atrio del piano) a sinistra della quale si aprono la Sala della Creazione, e la Sala delle Meduse, mentre a destra di essa si susseguono, anch’esse collegate dall’infilata delle porte, la Sala di Giove e la Sala di Abramo. Le stanze prospicienti la facciata, più grandi delle precedenti, sono due: la Sala di Diana o Sala Azzurra ed il più ampio Salone dei Centauri.

    Dal punto di vista architettonico, l’attuale Matrice di S. Michele non dice nulla, trattandosi di una completa riedificazione in stile neogotico, successiva a due catastrofiche slavine che colpirono il paese nel 1930 e nel 1934.

    Ad oggi vi sono corsevate due opere d’arte di grande importanza: la prima è un affresco staccato dalla diruta chiesa di S. Maria a Piè del Sasso raffigurante una Crocifissione.  L’altra opera è una tavola firmata da Giulio Vergari da Amandola e datata 1519: si tratta di una delle più antiche raffigurazioni della Madonna del Rosario nelle Marche, commissionata all’artista proprio dalla Confraternita del Rosario. Nella chiesa di S. Michele Arcangelo si trovava anche una tavola, originariamente collocata al di sopra dell’altare maggiore, finora attribuita al pittore camerinese Girolamo di Giovanni e raffigurante la Madonna con Bambino e i santi Giovanni Battista, Fortunato, Nicola da Bari e Michele Arcangelo; è oggi custodita nel Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma. 

    La chiesa di S. Nicolò, la cui costruzione è collocabile tra la seconda metà del XVI e l’inizio del XVII secolo, era seconda per importanza solo alla Matrice di S. Michele Arcangelo. Nel 1694 ricevette il titolo parrocchiale guadagnando una maggiore indipendenza, tranne che nell’amministrazione dei battesimi che continuò ad essere prerogativa unica della Matrice. La chiesa di S. Nicolò non mostra, in verità, tratti interessanti né dal punto di vista architettonico-decorativo, né dal punto di vista delle opere collocate all’interno: anche se l’edificio è documentato a partire dal XVII secolo, nelle sue forme attuali è il frutto di una completa riedificazione ottocentesca, in quanto, in seguito alle slavine degli anni Trenta del Novecento, fu sottoposto a restauri tra il maggio e l’ottobre del 1940.

    Allo stato attuale delle cose, pertanto, l’elemento più antico della chiesa è l’organo a mantici, che dovrebbe risalire al Settecento.

    La Chiesa S. Maria delle Grazie (Villa da Capo), dal punto di vista architettonico e decorativo, è la più notevole di Bolognola, non avendo inoltre subito nella sua storia, contrariamente a tutte le altre, devastanti  danneggiamenti né interventi di restauro dissennati che ne abbiano snaturato il valore. L’anno della sua fondazione è incerto: è tuttavia possibile dentificarla con l’edificio di cui si parla in un documento dell’agosto 1630.

    All’interno troviamo varie decorazioni e statue in stucco che rappresentano una sorta di Biblia pauperum barocca, nonché un dipinto datato 1824 dal pittore camerte Luigi Spazza, l’immagine della Madonna con Bambino al di sopra dell’altare maggiore e due tele collocate ai due lati dello stesso altare, raffiguranti rispettivamente s. Maria Egiziaca e s. Macario Eremita.

    L’organo originario della chiesa, fu acquistato e qui collocato nel 1827, mentre lo strumento attualmente presente nella chiesa, un Fedeli del 1826 fu acquistato prima del 1850.